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Vivere nel presente

7 ottobre 2013 In Racconti

I seguenti Racconti Zen mirano a ricordarci l’importanza di vivere nel presente, nello stato di consapevolezza senza pensieri. Nelle scuole Zen, i maestri davano agli allievi dei Koan, che erano “dei temi affidati dal maestro zen al discepolo cui chiede la soluzione” ed erano in genere dei casi così assurdi da indurre il discepolo ad uno stato di arresa del proprio mentale e quindi di consapevolezza senza pensieri. Possiamo definirlo come uno stato di contemplazione, proprio come quello suggerito dalle poesie Zen, in cui non c’è niente da capire ma solo percepire nel profondo del proprio sé.

La parabola delle tigri affamate

In un sutra, Buddha raccontò una parabola:

Un uomo camminando per un campo s’imbatté in una tigre. Per sfuggire alla tigre si mise a correre, inseguito dalla tigre. Giunto ad un precipizio, non gli restò come via d’uscita se non di aggrapparsi ad una radice di vite selvatica e si lasciò penzolare oltre l’orlo, quando s’avvide che in basso un’altra tigre si stava leccando i baffi in attesa di divorarlo.
E lui era lì penzoloni che non poteva andare né su né giù, e si reggeva ad una misera vite, fino a che due topi, uno bianco e uno nero, cominciarono a rosicchiare una radice, piano piano.
Allorché l’uomo, vedendo di fronte a sé una bellissima fragola, la colse con una mano mentre l’altra lo reggeva, e se la gustò… com’era dolce!

Il senso dello Zen

Il suono di una sola mano

Il maestro Mokurai, Tuono Silenzioso, aveva un piccolo protetto di appena dodici anni e nome Toyo. Ogni giorno Toyo vedeva gli studenti entrare nella stanza del maestro per essere istruiti sui loro compiti e per chiedere consigli. Il maestro affidava eventualmente loro un qualche Koan che permettesse loro di tenere a freno la loro mente.
Anche Toyo desidera tanta avere un qualche compito per cominciare la pratica Zen.

Il maestro gli disse di aspettare ancora un po’, perché era troppo giovane, ma il ragazzo insistette così tanto che alla fine il maestro acconsentì.
Quella sera, all’ora stabilita, il ragazzo si presentò dal maestro Mokurai; batté il gong per annunciarsi, fece tre rispettosi inchini prima d entrare, poi andò a sedersi in riguardoso silenzio davanti al maestro.
“Tu puoi sentire il suono di due mani quando battono l’una contro l’altra,” disse Mokurai, “ora mostrami il suono di una mano sola.”
Toyo fece un inchino e se ne andò nella sua stanza per riflettere su questo problema e, mentre ci pensava, dalla finestra sentì la musica delle geishe e credette di aver capito.
La sera dopo si presentò tutto soddisfatto dal maestro e Toyo cominciò a suonare la musica delle geishe per rispondere al quesito del maestro. Ma il maestro disse: “No, no, questo non serve, questo non è il suono di una mano sola, non è proprio così.”
Toyo allora ricominciò a cercare la soluzione al quesito, “Quale può essere il suono di una mano sola?” si chiedeva. Per caso sentì sgocciolare dell’acqua e pensò nuovamente di aver capito. Ma quando tornò dal maestro e imitò lo sgocciolare del’acqua, il maestro disse: “Questo è il suono dell’acqua, non quello di una mano sola. Mi dispiace, prova di nuovo.”
La volta successiva, Toyo pensò che la risposta fosse “il suono del vento”, ma anche questa non era la risposta giusta. Provò con il suono del gufo e anche con questo fece un tonfo nell’acqua.
Prova e riprova, un anno passò senza che Toyo si avvicinasse alla soluzione. Finalmente, il piccolo Toyo entrò nella vera meditazione, quello dello stato senza pensieri, quella in cui si va oltre il suono udibile, oltre tutti i suoni e alla fine disse al maestro: “Non potevo trovare nient’altro e alla fine, nella meditazione, ho raggiunto il suono senza suono.”
E fu così che Toyo aveva realizzato il suono di una mano sola.

Tutto è il migliore

Camminando per un mercato, Banzan colse un dialogo tra un macellaio e un suo cliente.
“Dammi il miglior pezzo di carne che hai” disse il cliente.
“Nella mia bottega tutto è il migliore” ribatté il macellaio. “Qui non trovi un pezzo di carne che non sia il migliore.”
A queste parole Banzan fu illuminato.

Lo Zen in ogni istante

Gli studenti Zen stanno coi loro maestri almeno dieci anni prima di presumere di poter insegnare loro stessi.
Il maestro Nan-in ricevette la visita di Tenno, che dopo aver fatto il proprio tirocinio era diventato insegnate. Era un giorno piovoso, perciò Tenno portava i geta (gli zoccoli di legno) e aveva con sé anche l’ombrello. Dopo aver salutato, Nan-in gli chiese: “Immagino che tu abbia lasciato gli zoccoli nell’ingresso. Mi piacerebbe sapere se hai lasciato l’ombrello alla sinistra o alla destra degli zoccoli.”
Tenno, sconcertato, non riuscì a rispondere subito e si rese conto di non sapere essere nello Zen in ogni istante e diventò allievo del maestro Nan-in, presso il quale studiò per altri sei anni per riuscire a perfezionare il suo “Zen di ogni istante”.

Il sacco di patate

Quest’altra storiella è ambientata ai nostri giorni. Non è una storia che riguarda l’ambiente di praticanti Zen, ma ben illustra il valore di essere nel presente. Sicuramente di storie così ce ne sono tante e il lettore è il benvenuto nel condividere le sue.

Un’estate di pochi anni fa, Laura aveva passato qualche tempo, in un ashram, diciamo una sorta di casa collettiva con cui si condividono esperienze di vita e meditazione. Lei sapeva ben poco di cucina, ma gioiva veramente tanto nell’aiutare nella preparazione dei pasti collettivi. Le signore più esperte di cucina di alternavano nella creazione del menu e nella guida alla preparazione, e, siccome venivano da paesi diversi, si aveva un’interessante varietà culinaria ad ogni pasto.

Una sera, toccò a Laura decidere cosa preparare, cosa che la colse in contropiede perché non solo non aveva mai cucinato per molte persone, ma la sua conoscenza culinaria non andava molo oltre le uova al tegamino. Ciononostante accettò il suo incarico e si lanciò nella facile impresa di un’insalata di patate.
Dosaggi. Il compito più arduo era azzeccare i dosaggi, mancando l’esperienza era davvero un terno all’otto. Nonostante ciò, sentì con sicurezza che era necessario tutto un sacco di patate. Arrivò l’incaricata ufficiale della cucina, Maria, che aveva un’esperienza di anni, e disse: “No, no, non serve, siamo solo 40 e basta metà sacco di patate.” Ma Laura insistette a voler usare un intero sacco, ma senza successo perché la parola di Maria fu quella decisiva.
Ebbene, a fine pasto, quando tutti si erano serviti adeguatamente e tutta l’insalata di patate fu terminata… arrivarono altre 30 persone che, poverine, rimasero a bocca asciutta.

Racconti tratti da “101 Storie Zen”, a parte l’ultimo.



di Silvana Donato